La Cina tra storia, identità culturale e ordine internazionale
Una realtà plurale
Quando parliamo della Cina, tendiamo ad immaginare una realtà unitaria: un solo popolo, una sola cultura, una storia che attraversa i millenni senza interruzioni. È un’immagine potente, ma insufficiente a descrivere la complessità del paese. Più che di una Cina, bisognerebbe parlare di molte identità che convivono all’interno dello stesso spazio politico.
È sufficiente confrontare, ad esempio, due città come Pechino e Canton, distanti quanto Oslo e Roma, per rendersi conto delle differenze. Cambiano il clima, le tradizioni, l’alimentazione, le abitudini quotidiane e le lingue. In alcuni casi cambiano anche le appartenenze etniche. Se osservassimo queste realtà attraverso le categorie da cui si sono originati gli Stati nazionali europei nell’Età moderna, potremmo riconoscervi società profondamente distinte, che potrebbero costituire entità politiche indipendenti o federate.
La lingua offre un esempio di omologazione particolarmente significativo. Il mandarino standard permette oggi la comunicazione tra persone provenienti da regioni diverse, ma non costituisce necessariamente l’idioma autoctono delle varie popolazioni cinesi. La sua diffusione attraverso l’istruzione scolastica, talvolta anche imposta nel caso delle minoranze, ha contribuito a costruire uno spazio linguistico comune, senza però riuscire a cancellare del tutto le parlate locali.
L’unità della Cina non va quindi confusa con l’uniformità, poiché è il risultato di un lungo processo politico, amministrativo e culturale, che ha raccolto sotto una medesima autorità popolazioni e territori differenti.
Dal punto di vista storico, la “Cina” propriamente detta è costituita dal nucleo territoriale centrale dove l’etnia Han risulta maggioritaria. Il resto costituiva una costellazione, variabile nel tempo e nello spazio, di entità politiche più o meno assoggettate anche militarmente al potere centrale, nei periodi in cui esso è esistito.
Proprio per questo assume una forte rilevanza la narrazione dell’unità. Uno Stato come la Cina, con una forte vocazione imperiale, ha interesse a rappresentarsi come unito nello spazio e continuo nel tempo. La storia diventa così non soltanto narrazione del passato, ma anche strumento di legittimazione del presente.
Il problema nasce quando questa rappresentazione viene accolta senza distinguere tra mitologia, fatti storici, tradizioni culturali e costruzioni ideologiche. La grande ed indiscutibile antichità della civiltà cinese non implica, di per sé, l’esistenza di uno Stato rimasto identico a sé stesso per millenni dal primo imperatore Qin Shi Huangdi (III secolo a.C.) in poi.
Dinastie, fratture e conquiste
La successione delle varie epoche può suggerire l’immagine di una catena ininterrotta: un imperatore dopo l’altro, una dinastia dopo l’altra, sempre alla guida dello stesso paese. Una mera sequenza di date e nomi non basta però a dimostrare una continuità politica.
La storia cinese comprende periodi di unificazione e di frammentazione, regni fra loro coevi, potenze regionali e conflitti per il predominio. I confini sono mutati, le capitali sono cambiate, e l’estensione del potere centrale si è allargata o si è ristretta a seconda del momento. In alcune fasi esistette un’autorità capace di governare vastissimi territori; in altre convissero molti centri di potere.
Leggere questa vicenda come la storia di un unico Stato nazionale significa proiettare sul passato una categoria che culturalmente non appartiene alla Cina, e significa anche attenuare le discontinuità, fino a farle scomparire dietro una rappresentazione apparentemente ordinata della successione dinastica. La continuità della civiltà cinese, insomma, non coincide con una continuità etnica, territoriale o istituzionale priva di interruzioni. È piuttosto una capacità di ricomporre esperienze diverse dentro una cornice storica comune.
A complicare ulteriormente il quadro, vi sono i rapporti con le popolazioni esterne al mondo Han. La Cina non è stata soltanto una potenza capace di esercitare influenza sui propri vicini: ha anche subito invasioni, sconfitte e dominazioni.
Il Tibet, per esempio, non fu sempre una periferia debole. Tra il VII e il IX secolo l’impero tibetano rappresentò una grande potenza asiatica, in grado di confrontarsi militarmente con la Cina dei Tang. Nel 763 le sue truppe occuparono addirittura Chang’an, la capitale imperiale: un episodio che mostra quanto i rapporti di forza fossero diversi da quelli che potremmo immaginare osservando soltanto il presente.
Ancora più evidente è il successivo caso dei mongoli. La loro espansione trasformò gli equilibri di buona parte dell’Eurasia e portò alla conquista della Cina. Con Kubilai Khan il dominio mongolo si radicò in Cina ed assunse una struttura imperiale: nel 1271 fu proclamata la dinastia Yuan e nel 1279 fu completata la conquista dei territori dei Song meridionali.
Qui emerge una questione interessante: come può una dinastia fondata da conquistatori stranieri entrare nella storia della Cina come una dinastia cinese?
La risposta riguarda soprattutto il rapporto con la cultura del paese. La conquista militare è spesso accompagnata da un processo di assimilazione e adattamento: i conquistatori sono stati, a loro volta, trasformati dalla società sulla quale hanno esercitato il potere, che era culturalmente più moderna e raffinata. Graecia capta ferum victorem cepit, per usare un imperfetto parallelismo con l’età classica in Europa.
Questo meccanismo ha consentito di incorporare nella storia dinastica anche dominazioni nate dall’esterno. Pur non avendo rimosso del tutto lo iato culturale tra le etnie, ne ha spostato il baricentro all’interno di una tradizione più ampia di matrice Han.
Dopo gli Yuan assunse il potere l’ultima dinastia d’etnia Han, i Ming (1368–1644). In questo periodo, la Cina iniziò a confrontarsi più ampiamente con culture molto diverse, come quella Europea.
Identità cinese ed Europa: Matteo Ricci
All’interno di questa storia, l’esperienza del padre gesuita Matteo Ricci (1552–1610) permette di osservare un altro tipo di relazione: non la conquista militare, ma l’incontro tra culture.
Egli comprese che, per essere ascoltati in Cina, non è sufficiente portare una dottrina da insegnare. Occorre conoscere la lingua, comprendere le consuetudini, riconoscere il valore della cultura locale e trovare forme di comunicazione adeguate.
Da qui l’attenzione all’adattamento: apprendere il cinese, adottare abiti e comportamenti comprensibili agli interlocutori, distinguere gli elementi culturali dalle questioni propriamente religiose. Il punto, per Matteo Ricci, non era rinunciare alla fede cattolica, ma evitare di associarla automaticamente alle abitudini europee, così da essere meglio assimilata dalla cultura cinese.
Questa impostazione incontrò resistenze e alimentò controversie nei palazzi romani. Il rapporto con i riti cinesi poneva una domanda delicata: fino a che punto una pratica poteva essere considerata civile e culturale, anziché religiosa? E quanto adattamento era possibile senza compromettere l’identità della missione?
L’esperienza dei gesuiti mostra anche l’importanza del sapere scientifico come terreno di dialogo. Matematica, astronomia e conoscenze tecniche offrivano occasioni di scambio che andavano oltre la predicazione.
La formula dei «gesuiti euclidei, vestiti come dei bonzi», evocata dal cantautore Franco Battiato, restituisce efficacemente questo intreccio: conoscenze europee e forme di presentazione adattate al contesto cinese. Non è soltanto un’immagine suggestiva, ma il richiamo a un incontro nel quale entrambe le parti dovettero misurarsi con qualcosa di diverso da sé.
Matteo Ricci rimane tuttora molto ricordato e studiato in Cina quale esempio di ponte tra le culture, quanto rimane invece relegato a studi specialistici o quasi dimenticato in Europa.
Dall’impero alla Repubblica
L’ultima casa regnante dell’impero fu nuovamente di origine non Han: quella dei Qing, provenienti dalla Manciuria. La dinastia Qing governò la Cina dal 1644 fino all’abdicazione dell’ultimo imperatore, nel febbraio 1912.
I manciù conservarono elementi della propria identità, a partire dalla lingua e dalle tradizioni. Anche in questo caso, parlare semplicemente di una successione di “imperatori cinesi” rischia di nascondere differenze importanti.
La fine della dinastia Qing aprì una fase nuova, ma non portò immediatamente alla nascita di uno Stato stabile e pienamente unificato.
La Repubblica di Cina fu proclamata il 1° gennaio 1912, con Sun Yat-sen come presidente provvisorio. A questo fatto seguì l’abdicazione di Aisin-Gioro Puyi (nome da regnante Xuantong), l’ultimo imperatore.
La vicenda repubblicana fu segnata dalla debolezza del potere centrale, dal ruolo dei capi militari regionali e dai conflitti tra i cosiddetti “Signori della guerra”. Successivamente assunse un peso decisivo lo scontro tra nazionalisti e comunisti, rappresentati rispettivamente da Chiang Kai-shek e Mao Zedong.
L’aggressione giapponese favorì una collaborazione tra le due parti, imposta dalla necessità di affrontare un nemico comune. Ma quell’alleanza non cancellò il conflitto politico e militare, che riprese dopo la guerra.
Il 1° ottobre 1949 Mao Zedong proclamò a Pechino la nascita della Repubblica Popolare Cinese. La dirigenza nazionalista si ritirò a Taiwan, dove proseguì la storia della Repubblica di Cina. Quella separazione continua tuttora a pesare gravemente sugli equilibri regionali e internazionali.
Con la Repubblica Popolare cambiò radicalmente la forma del potere, ma l’eredità imperiale non scomparve, poiché essa continuò a influenzare il modo di concepire lo spazio politico: un centro forte, un rapporto gerarchico con le periferie e una particolare sensibilità verso l’idea di integrità territoriale.
Occorre però distinguere tra province, regioni autonome e territori rivendicati: Tibet, Xinjiang, Mongolia Interna e Taiwan, ed esempio, non sono casi intercambiabili. Riunirli sotto un’unica formula impedirebbe di comprendere la specificità delle rispettive vicende.
Resta centrale la tensione tra pluralità e centralizzazione. Quando l’integrazione viene intesa come omologazione, la costruzione di uno spazio comune può entrare in conflitto con la conservazione delle lingue, delle culture e delle identità locali.
È una questione che non riguarda soltanto la Cina; in passato anche la storia europea ha mostrato con estrema drammaticità quanto possa essere problematico far coincidere rigidamente Stato, nazione e cultura. Il confronto non autorizza equivalenze automatiche, ma invita a interrogarsi sui costi dell’uniformità.
Storia e ordine internazionale
Il rapporto con il passato influenza anche il modo di pensare il futuro. Da questo punto di vista, la Cina viene spesso interpretata come una potenza capace di ragionare su tempi lunghi, collegando le proprie ambizioni contemporanee ad una memoria storica molto estesa.
In Occidente, al contrario, dopo la fine della guerra fredda si è diffusa in alcuni ambiti politologici l’idea che fosse stato raggiunto un assetto destinato a imporsi definitivamente. La storia avrebbe quindi esaurito le proprie alternative. È una lettura che personalmente non condivido: i conflitti, le trasformazioni e le rivalità non cessano perché una determinata fase sembra essersi conclusa.
La storia non è un percorso che conduce necessariamente a un ordine finale. Più che magistra vitae, essa è forse metafora della vita stessa: un processo aperto, nel quale ogni equilibrio rimane esposto al cambiamento.
Anche la parola “Occidente” richiede molta cautela. Può indicare alleanze e affinità politiche, ma non identifica un blocco omogeneo. Europa e Stati Uniti, ad esempio, condividono molti interessi, senza però avere necessariamente le stesse priorità o la stessa visione del mondo. Questo senza poi citare l’Occidente collettivo ovvero Canada, Australia, Nuova Zelanda e l'Occidente ad honorem, ovvero il Giappone, che però è in realtà assai poco occidentalizzato, seppur estremamente modernizzato.
In questa prospettiva si colloca il dibattito sul multipolarismo. Un mondo con più centri di potere potrebbe offrire alla Cina maggiori margini d’azione rispetto ad un ordine dominato da un’unica potenza. Ma multipolarismo non significa automaticamente equilibrio, cooperazione o pace: può anche tradursi in competizione e in una spartizione delle sfere d’influenza.
Il richiamo alla tradizione confuciana aiuta a comprendere il peso attribuito all’ordine, alla gerarchia e alla regolazione dei rapporti sociali in Cina. Sarebbe tuttavia riduttivo spiegare tutta la politica cinese attraverso quella tradizione. Nella Cina contemporanea convivono svariate eredità culturali, ideologie politiche ed interessi economici.
Il commercio occupa indubbiamente un posto importante in questa visione. Stabilità e prevedibilità favoriscono gli scambi e la crescita del benessere, un leit motiv costante della dirigenza cinese da Deng Xiaoping in poi. Tuttavia, la difesa della sovranità e il principio di non ingerenza negli affari interni possono entrare in tensione con le critiche provenienti dall’esterno, soprattutto quando riguardano questioni considerate essenziali per l’unità dello stato, come ad esempio quella tibetana, quella uigura e quella taiwanese.
Ci stiamo quindi avviando verso un mondo multipolare, dominato da blocchi e sfere d’influenza? In realtà, nemmeno la politica dell’egemone statunitense – peraltro attualmente in fase declinante – può essere ridotta ad un’unica matrice. È possibile riconoscervi una tradizione universalistica, che presenta i propri valori come validi per tutti, ma questa convive con interessi strategici e orientamenti differenti al suo interno. Il contrasto tra universalismo e sovranità aiuta a leggere alcune tensioni internazionali, senza esaurirne la complessità.
In questo scenario l’Unione europea disporrebbe di risorse economiche, culturali e diplomatiche sufficienti per affermarsi come terzo polo dell’ordine mondiale, ma incontra difficoltà nel tradurle in una volontà politica comune. La classica battuta su quale numero di telefono si debba comporre per parlare con l’Europa, tradizionalmente attribuita al Segretario di Stato americano Henry Kissinger negli anni ‘70, continua ad evocare ancora oggi questo problema: non l’assenza di istituzioni, ma la difficoltà di esprimere una posizione unitaria.
Non sappiamo quale forma assumerà il prossimo ordine internazionale. Possiamo soprattutto evitare di dedurlo attraverso la rappresentazione della realtà attuale con immagini troppo semplici: una Cina monolitica e immutabile, un Occidente compatto sotto la tutela statunitense, un’Europa litigiosa e disunita ed un progresso materiale destinato a condurre tutti verso lo stesso modello e la stessa visione del mondo.
Le “molte Cine”, le loro fratture e le loro ricomposizioni ricordano anche a noi che l’identità politica non è mai soltanto un’eredità. È anche una costruzione continua, nella quale il racconto del passato contribuisce a definire le possibilità del futuro.
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Carta delle regioni autonome e delle minoranze etniche della Cina da Wikimedia Commons |
