Ucraina, un conflitto contemporaneo dai risvolti complessi

 

Ucraina, ovvero “presso il confine”. Il nome stesso di questo paese è indicativo della sua collocazione geopolitica, in una zona di transizione al limite della sfera d’influenza di Mosca, non distante dai paesi dell’Europa occidentale.

La condizione di crocevia verso l’Asia centrale, il Caucaso ed il Mar Nero, insieme alla frammentazione etnolinguistica interna e alla presenza di cospicue risorse naturali, ha da lungo tempo reso questo territorio un teatro di contese tra le potenze limitrofe.

La storia dell’Ucraina è complessa e poco lineare: la prima organizzazione politica si realizzò intorno al IX secolo con la fondazione della Rus' di Kiev, un principato medievale che comprendeva vari popoli, fra cui i predecessori degli attuali russi. Il baricentro di questi ultimi si spostò nel corso dei secoli a nord-est, verso le steppe moscovite.

Kiev (Kyïv secondo la dizione ucraina) perse la propria centralità con le invasioni mongole del XIII secolo, che furono seguite nell’età moderna dalla frammentazione tra Lituania, Polonia, Russia, domini asburgici e protettorati ottomani.

Il XVIII secolo sancì la preminenza russa, che portò gran parte del territorio sotto il controllo zarista per circa 150 anni.

Nel 1922, in seguito alla Rivoluzione russa, fu fondata la Repubblica socialista sovietica ucraina. L’attuale stato ucraino ne ereditò i confini quando divenne indipendente nel 1991 con la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

La composizione etnica del paese non è omogenea: gli ucraini costituiscono circa i tre quarti della popolazione, i russi poco meno di un quinto e il resto è suddiviso fra altre appartenenze, fra cui romeni, moldavi e bielorussi.

La minoranza russa è concentrata prevalentemente nelle province orientali secessioniste di Donec’k e Luhans’k (il bacino del Donec o Donbas, dove sono presenti ricchi giacimenti minerari), in Crimea (annessa manu militari alla Russia nel 2014) e nella regione di Odessa.

Le varie popolazioni non sono separate nettamente dal punto di vista territoriale. I confini sono in larga parte artificiali, frutto di una storia fatta di guerre, cessioni, annessioni e trattati.

Dal punto di vista geopolitico, dopo la caduta dell’URSS, la Russia ha mal tollerato la perdita dello sbocco sul Mar Nero e del controllo del porto di Odessa, già snodo fondamentale militare e commerciale sin dai tempi dell’impero zarista e dell’Unione sovietica.

Dal punto di vista dell’ideologia, il presidente russo Putin sembra ricollegarsi ad una logica di rinnovate velleità imperiali anziché di nostalgie sovietiche: rientra in questo discorso l’idea in chiave nazionalista di una “Grande Russia” che riunisca sotto Mosca (con il sostegno del suo patriarcato ortodosso) i popoli considerati storicamente fratelli, ovvero i bielorussi e gli ucraini.

Al di là degli aspetti economici e ideologici che muovono le parti, rimane un fatto: la Russia si è posta fuori dal quadro del diritto internazionale con l’aggressione militare nei confronti di uno stato sovrano.

Nel contesto delle relazioni tra gli stati, questo conflitto ha messo in luce la debolezza di un’organizzazione come l’ONU, bloccata dalla presenza della stessa Russia nel Consiglio di sicurezza, e ha dato nuovo impulso all’azione dell’Unione europea e della NATO.

Fra gli scenari possibili, vi può essere la sconfitta dell’Ucraina e la creazione di un governo fantoccio rispondente alle volontà russe. Sarebbe però una vittoria di Pirro, perché la Russia si ritroverebbe economicamente indebolita, politicamente isolata e costretta ad un’alleanza con la Cina sempre più sbilanciata a favore di quest’ultima.

Nel caso invece di un accordo negoziale, si potrebbe prospettare la divisione dell’Ucraina in un’entità una filoeuropea e filoatlantica ad ovest, ed una filorussa ad est, comprendente le zone separatiste del Donbas.

Una terza ipotesi, attualmente la meno probabile per via della disparità delle forze militari in campo, concerne una vittoria dell’Ucraina, che di conseguenza si accingerebbe ad entrare nella sfera dell’Europa occidentale e del Patto Atlantico.

Il contesto potrebbe anche mutare in un conflitto a bassa intensità e lunga durata, con lo spettro di uno scenario "afghano", che vedrebbe l'esercito occupante paralizzato e soggetto ad attacchi di guerriglia da parte di reparti militari e paramilitari locali.

Nelle prime settimane di guerra, le operazioni belliche hanno subito un rallentamento da parte russa: quella che inizialmente sembrava doversi concludere come una guerra lampo, condotta tramite un'operazione a tenaglia da sud (Mar Nero e Mar d'Azov), da est (pianure del Don) e da nord via Bielorussia, ha visto un assestamento su tutti i fronti. Dopo i primi giorni, l'esercito occupante è avanzato meno velocemente del previsto in territorio ucraino, e non ha sfondato in nessuna zona, ingaggiando invece una faticosa battaglia per la presa delle città dell'est e dilazionando l'attacco finale a Kiev e Odessa.

Probabilmente, il temporeggiamento alle porte delle due città principali è stato di natura tattica per alcune ragioni: la prima concerne uno storico errore di valutazione sull'efficacia della guerra lampo, la seconda è relativa all'illusione del sostegno del popolo ucraino alla causa filorussa, la terza riguarda la viva reazione della comunità internazionale (in particolare Unione Europea e Stati Uniti), fortemente sottostimata dalla Russia. Per queste ragioni, lo stesso occupante si è ritrovato ad aprire un canale negoziale in una posizione di minor forza rispetto a quella prevista.

Vladimir Putin ha inoltre sopravvalutato i legami storici ed etnici tra Russia ed Ucraina (costantemente enfatizzati dai media russi), e non ha tenuto conto del sentimento nazionalista ucraino maturato negli ultimi trent'anni, parallelamente all'avvicinamento politico e culturale di Kiev all'Europa occidentale. Con questo attacco, il presidente russo ha sucitato l'effetto di rafforzare, anziché di fiaccare, l'identità nazionale ucraina.

Le reazioni della comunità internazionale sono incentrate sulle sanzioni economiche, irrogate in una misura forte ma non assoluta. Questi provvedimenti hanno comunque un impatto sigificativo non solo sul paese colpito, ma anche sull'intera economia mondiale a causa della dimensione geopolitica della Russia: vi sono coinvolte la politica monetaria e finanziaria, l'importazione e l'esportazione di beni e servizi ed una quantità ingente di capitali.

La Russia ha però un asso nella manica: all'occorrenza è pronta a giocare la carta dell'oro azzurro, ovvero del gas metano come arma di pressione politica. Circa il 40% delle forniture all'Unione Europea è assicurato dai ricchi giacimenti siberiani, che tramite condotte di migliaia di chilometri partono dalle gelide terre boreali per arrivare nostri fornelli, alle nostre caldaie, e soprattutto alle nostre industrie e alle nostre centrali termoelettriche. All'occasione, il produttore può limitare o interrompere il flusso come arma di ricatto o di pressione politica.

I paesi attraversati dai gasdotti nel loro lungo percorso sono molti, e ciascuno di essi (Ucraina, Bielorussia, Polonia o altri) richiede un canone per i diritti di passaggio. Anch'essi hanno un margine di manovra sul flusso delle forniture. L'intesa russo-tedesca, creatasi negli anni recenti con la costruzione dei gasdotti diretti tra i due paesi via Mar Baltico (Nord Stream 1 e 2), rientrava nella logica di evitare la presenza di paesi intermediari. Planando dall'altra parte dell'Atlantico, fra gli interessi economici degli Stati Uniti vi è quello di cogliere l'attuale crisi con la Russia per aumentare le forniture del proprio gas naturale liquefatto all'Unione Europea.

Nel XXI secolo i conflitti non si combattono solo sul campo di battaglia, in quello economico o tramite la diplomazia: esistono anche la guerra informatica e quella della comunicazione. Dopo l'inizio delle ostilità, gli attacchi degli hacker russi e occidentali si sono inaspriti su scala globale, ed hanno colpito reciprocamente istituzioni, infrastrutture, banche, siti internet, radio e televisioni.

I mezzi di comunicazione sono parte attiva e fondamentale di questa guerra: la propaganda si è ovunque intensificata a detrimento dell'analisi politologica e della corretta informazione. La presenza delle tesi dei contendenti invade l'etere e il web, con particolare riferimento ai social network. Questi ultimi sono infestati da un numero elevatissimo di account fake (falsi), attivati appositamente per inserirsi nelle conversazioni di politica e attualità (ad esempio nei commenti in calce alle notizie pubblicate dalle grandi testate), orientando così l'opinione pubblica.

Per via della debolezza strutturale della rete internet in Russia (fortemente controllata e censurata), da parte dei paesi occidentali sono stati riattivati mezzi di comunicazione ben datati ma robusti, come le trasmissioni radiofoniche in onde corte. La recente attivazione di un nuovo servizio della BBC in lingua ucraina ne è stato un esempio. Contemporaneamente sono comparsi segnali artificiali disturatori (jammer) sulle sue frequenze. Nell'etere non si conta poi l'aumento esponenziale dei segnali di potenziale origine militare, ad esempio quelli dei radar ionosferici.

Per quanto concerne la comunicazione, da parte ucraina ha fortemente giovato la dimestichezza con i media del presidente Volodymyr Zelens'kyj, anche favorita dalla sua precedente carriera di attore. Perfettamente a proprio agio davanti alle telecamere, Zelens'kyj ha saputo occupare la scena mediatica, rassicurando costantemente i propri cittadini e incoraggiando i soldati con dirette televisive e sul web, intervenendo allo stesso tempo in videoconferenza presso i governi ed i parlamenti di tutto il mondo. Putin invece, decisamente forte sul fronte della propaganda interna, è molto più debole su quello della comunicazione esterna.

Altri aspetti, assai più pericolosi, riguardano il sostegno all'Ucraina tramite l'invio di armi da parte di alcuni stati occidentali, fatto che sottende una forma di coinvolgimento anche dal punto di vista militare. Nel discorso dell'intervento indiretto rientra anche l'arruolamento di combattenti esteri (foreign fighters) nelle file ucraine con la costituzione di una "legione internazionale". Per la NATO non è invece possibile alcun ricorso diretto alla forza militare, perché la struttura dell'alleanza costringerebbe tutti i membri all'entrata in guerra anche se ne venisse attccato uno solo: in sostanza, sarebbe un passo verso la terza guerra mondiale.

Quanto alla prospettiva dell'ingresso dell'Ucraina nell'Unione Europea, essa può essere auspicabile nel lungo periodo, previa cessazione del conflitto in corso, nonché del pieno rispetto dell'iter ordinario e dei criteri d'accesso previsti dal diritto comunitario.